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La storia di Marco

17 February 2015
Redazione Ciclismo
Vi raccontiamo la storia di un triatleta 34enne, demand planning manager, al quarto anno nella triplice disciplina: «Il mondo appare sempre estremamente ricco di particolari se lo si guarda dalla sella di una bici»
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    La storia di marco

    Continua il nostro viaggio nel mondo del Triathlon per conoscere i suoi protagonisti. Vi parliamo di Marco Viganò, 34enne che di professione: da il demand planning manager. Vive a Milano: circonvallazione interna, si raccomanda di non omettere questo particolare (non proprio a due passi dalle colline).  Da circa otto anni va in bici, ma nel Triathlon è al quarto anno.

    Nel 2014, conti alla mano, ha fatto circa 1.700 chilometri a piedi, 6.700 in bici e 250 a nuoto.

     

    Cosa ti piace del Triathlon?

    «Ogni gara è un piccolo grande viaggio, prima di tutto tangibile, perché vedi posti nuovi e da punti di vista assolutamente incredibili, come la superficie di un lago o la sella della bici. Allo stesso tempo, però, è anche un percorso interiore: esplori te stesso, i tuoi sogni. Ma anche le tue debolezze e le tue paure, che sei costretto ad affrontarle senza possibilità di fuga. Quel che ti resta oltre la linea del traguardo è un po’ più di fiducia in te stesso e una bella storia da raccontare. Quando sono in qualche vortice negativo, mi viene spesso in mente quello che ho letto nel libro Novecento di Alessandro Baricco: “Nella vita non sei mai fregato veramente fino quando hai ancora una bella storia da raccontare”».

     

    Come ti alleni?

    «L’organizzazione degli allenamenti è fondamentale perché i carichi possono variare da otto a più di venti ore alla settimana, che equivale quasi a un secondo lavoro. La mattina è essenziale. Se hai confidenza con il tasto “snooze” della sveglia, meglio se lasci stare sta roba e ti limiti al calcetto il mercoledì sera con gli amici. Io uso le prime ore del giorno soprattutto per correre. La corsa è anche disciplina nella quale devi pensare di meno; quando esci fuori al freddo e al buio, soprattutto d’inverno, meglio non pensare troppo in generale, ti verrebbero in mente domande a cui sarebbe difficile dare riposte sensate».

     

    In tanti aspettano la pausa pranzo.

    «La pausa pranzo (di un’ora) è sacra. Ho la fortuna di poterci infilare quasi sempre un nuoto. Devo fare tutto con la calma di uno che rapina una banca, però ne vale la pena. Certo il pomeriggio a seguire in ufficio è bello in salita….».

     

    Non resta che la bici

    «Gli allenamenti in bici si dividono tra lavori sui rulli e uscite nel weekend. Durante la settimana è quasi tutto fatto in casa: si fanno esercizi davanti alla televisione e sopra una pozza si sudore. Sabato e domenica, invece, si esce per macinare chilometri e per prendere sempre più confidenza con la strada. Arrivare in fondo a una gara di bici, o di Triathlon, dipende molto da te, ma anche un bel po’ dalla strada e, se non riesci a stringere un buon rapporto, meglio tornare al discorso del calcetto». 

     

    La tua salita?

    «Faccio spesso la salita che va da Rapallo al Santuario di Montallegro. Sono circa 9 km al 6.5%. Zero traffico ed è più dura di quel che sembri sulla carta, perché la pendenza continua a cambiare e poi, anche se non capisco per quale motivo, in Liguria è evidente che odino i tornanti! Le salite sono quasi tutte solo dei gran drittoni in cui è impossibile rifiatare».

     

    Cosa hai nel mirino quest’anno?

    «L’Obiettivo 2015 è l’IronMan di Klagenfurt, a fine giugno, ma la strada passa attraverso altre gare, come la sfacchinata di Cannes, il Challenge di Rimini, qualche mezza maratona e magari un olimpico, perché oltre la destinazione, ancora una volta, voglio godermi il viaggio».

     

    Cosa consigli a chi si avvicina al Triathlon?

    «Di farlo con grande impegno e passione, perché senza, è uno sport inavvicinabile. E, allo stesso tempo, di evitare di prendersi troppo sul serio, perché il confine con l’ossessione è sottilissimo ed è un attimo attraversarlo. Capita, non è una tragedia, ma bisogna sempre ricordarsi bene dove si trova la linea per poter poi ritornare indietro. Nel “paese dell’ossessione” infatti si è destinati a rimanere irrimediabilmente soli».

     

    Il tuo campione di riferimento?

    «Da bambino ero tifoso di Lothar Matthaus, mi piaceva come tirava le punizioni. Lo sportivo che ho ammirato di più è Gianmarco Pozzecco, non ho mai visto nessuno amare il suo sport quanto lui. Lo ama letteralmente alla follia. A mio parere, oggi, alla maggior parte degli atleti invece piace semplicemente essere degli atleti, c’è una bella differenza. Se devo scegliere un ciclista, sarebbe troppo facile dire Marco Pantani (chi non ha ammirato il Pirata!), quindi ti dico Gianni Bugno perché a Milano, sul circuito di arrivo del Giro d’Italia gli ho gridato se mi lanciava la borraccia e lui me l’ha tirata (sospetto però non abbia sentito e sia stato un caso)».

     

    La campionessa preferita?

    «Vale Mimì Ayuhara? No, dai scherzo, mi piace Lindsey Vonn perché, oltre a essere una bella figliola (che non guasta) è una che si è scassata lo scassabile ma è sempre tornata in pista. Quelle che però ammiro di più sono le lanciatrici del peso. Quelle ragazze, dai nomi impronunciabili e anche impossibili da ricordare, che una volta ogni quattro anni combattono per qualche breve minuto di gloria a fronte di chissà quali sacrifici: massimo rispetto».

    © RIPRODUZIONE RISERVATA

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